Una forza gentile
Katia Stancato
Il Banco Alimentare in Calabria, in poco più di dieci anni, è diventato un punto di riferimento concreto per i più poveri. Poche altre attività in questa regione raccolgono un consenso così diffuso e unanime: intorno al Banco e alle persone che lo animano si ricompongono le divisioni, si attenuano i colori politici. Il Banco è il catalizzatore delle energie buone della nostra terra. Nel tempo, infatti, chi ha potuto, ha dato una mano, si è impegnato in prima persona, sicuro di contribuire a sostenere nel concreto le famiglie in difficoltà.
La Fondazione Banco Alimentare ha una lunga storia. Nasce altrove, in Lombardia, e da lì si espande nel resto d’Italia attraverso la rete di Comunione e Liberazione. Proprio in Calabria, nella regione più povera d’Italia, l'iniziativa è fiorente. Perché dove le difficoltà sono più acute gli uomini e le donne animati dalla passione sanno lasciare un segno ancora più profondo. Nella nostra terra in cui spesso genitori e figli sono costretti a sacrificare qualità del lavoro e della vita, le persone del Banco Alimentare sono più “familiari della famiglia”. Più vicine e solidali della politica, delle istituzioni, di ogni altra persona.
La prossimità è infatti il primato dei volontari del Banco, per i quali l'attività di distribuzione alimentare è diventata la scommessa di una vita appassionata. Intere esistenze, magnifiche energie spese solo in nome della solidarietà. I protagonisti della storia del Banco, fondatori della sede calabrese, sono Gianni Romeo e Franco Falcone. Tutti i volontari fanno riferimento a loro, sono loro che li guardano in faccia, dialogano con i tanti ragazzi, ne colgono la motivazione, l'entusiasmo, la ferma volontà di essere parte di un progetto. La dedizione, l'amore, la pazienza, che Gianni e Franco sanno riconoscere, sono le doti dei 300 volontari, organizzati e capaci di una presenza capillare, grazie ai 600 enti di assistenza sociale legati al Banco e operativi in tutta la Calabria. Oggi il Banco sostiene oltre 100 mila persone!
Chi sono? Penso alla gente che incontro anch’io quotidianamente, con il Terzo Settore. Sono padri, madri, spesso persone giovani, che devono far fronte alle difficoltà nella ricerca di un posto di lavoro, devono resistere allo sfruttamento oppure umiliarsi, perdendo ogni diritto, nelle maglie di un lavoro in nero. Da pochi anni ci sono anche i nuovi poveri. Sono le famiglie che appartengono ai ceti medio-alti le quali, a causa di un evento sfavorevole, di un familiare che perde il lavoro o di un debito imprevisto, di un mutuo, oppure perché qualcuno della famiglia è “malato di gioco”, o a causa della morte di una persona anziana che stava in casa e che contribuiva alle spese con la pensione, restano in ginocchio. Sono quelli che si vergognano di più: i vestiti li hanno belli, i mobili pure, non lo direbbero mai, ma fanno fatica, non hanno liquidità, neppure per le spese correnti. Il “pacco” del Banco diventa per loro un sostegno importante. L’approccio con queste persone è difficilissimo occorre tanta delicatezza per non ferirne l’orgoglio, la sensibilità.
L'incontro con il Banco sorprende tutti, persino i politici. Dal connubio, che pare quasi un ossimoro, può venire fuori l'inaspettato, perché quando una storia è sincera, la passione spontanea e forte viene riconosciuta e premiata. È accaduto così che nel 2000 il Banco si trasforma in Associazione di volontariato regionale e arriva il primo contributo economico che finalmente consente di assumere autonomia. Gianni e Franco affittano, allora, un magazzino nella zona industriale di Rende e aprono le sedi nelle cinque province calabresi. In altre regioni italiane esiste una legislazione specifica che con regolarità e organicità riconosce le spese di gestione alle associazioni banco alimentare regionali. In Calabria solo dal 2009 si opera con un intervento un po’ più strutturato: una prima programmazione pluriennale di fondi destinati al sostegno della povertà. Poi è arrivato il dono più importante: una sede adeguata con magazzini e uffici, tremila metri quadri di spazi che hanno permesso di incamerare 5 milioni di chili di prodotti per i poveri della Calabria, il doppio rispetto al passato. E’ l’amministrazione provinciale di Cosenza che sostiene interamente dal 2009 il costo di questa nuova sede che si trova nel COMAC di Montalto Uffugo, il centro destinato all’attività mercantile di aziende ortofrutticole mai decollato. E la tutti i giorni si scaricano pacchi, scatoloni, quintali di cibo che poi i volontari prendono, si caricano sulle spalle, e portano alle famiglie. Così si incamminano per andare incontro al bisogno.
Ecco le ragioni per cui raccontare il Banco significa narrare una storia di straordinaria bellezza.
Tra le esperienze di vita delle persone che ne fanno parte ce n'è una particolare, per niente convenzionale, unica perché di una forza quotidiana commovente. È la storia di Maria Pia Morrone: una donna capace di una libertà immensa, in grado di tenere fede alle proprie scelte anche di fronte al contrasto dell'amata famiglia e alle difficoltà di natura economica. Tutti i volontari del Banco hanno, in realtà, storie personali bellissime. Arrivano spesso da esperienze dolorose che hanno modificato radicalmente la loro prospettiva, le loro priorità nella vita. Ma c'è qualcosa che mi ha colpito in Maria Pia. È una forza gentile.
Maria Pia è infatti una giovane mamma, calabrese nella personalità e nei tratti somatici. E’ bella con semplicità. Il ritratto di una Calabria in salute. Ha un sorriso sincero, aperto, e gli occhi luminosi. Sono per me il segno di una straordinaria ricchezza interiore. Per questo ho scelto di raccontare la sua esperienza. Perché è vera in maniera commovente, sa dimostrare come nell'esperienza quotidiana è possibile rintracciare sprazzi autentici di bellezza.
La prima cosa che leggo negli occhi di Maria Pia è l'orgoglio. Come quando si ama la propria città, il proprio paese, e ci si sente parte di una comunità di persone. Si vede in faccia. Si, perché quando i volontari bussano alle porte, entrano nelle case delle famiglie, in periferia, toccano con mano la povertà non stanno solo lasciando qualcosa di materiale: un pacco di zucchero, qualche litro di latte, i pacchi di pasta. La generosità non sta nelle cose, negli oggetti, non sta nel cibo. Ma nelle persone: bisogna saper mettere insieme grazia e praticità. Non si entra in casa delle famiglie per offenderle, nemmeno con un cenno del viso. La dignità di quei genitori viene prima di tutto. Per questo ogni famiglia è un pianeta, ha equilibri da rispettare e difficoltà da comprendere. Quando i volontari entrano negli appartamenti e si trovano davanti alla dispensa vuota, si fermano a parlare, ragionano con la famiglia, conoscono i bambini e cercano di capire le esigenze dei ragazzi. Poi, una volta capiti i problemi, cercano di risolverli: propongono di mettere su un doposcuola piuttosto che un centro d’incontro per donne in difficoltà, oppure attivano la rete di medici amici o di avvocati per difendere i diritti di chi hanno di fronte. Pensano al conforto morale e materiale insieme, non si mettono limiti. Nessuno censisce il lavoro di welfare che compiono, la loro è una prossimità sussurrata. E praticata, vissuta, utilizzata. Maria Pia lo racconta e lo sa: per donare non bastano le mani, ci vuole il cuore adatto. E quando ce l'hai, te lo senti. Proprio come è successo a Maria Pia.
Non è semplice per lei tornare indietro nel tempo, raccontare, mettersi a ricordare anche i momenti difficili, soprattutto quelli, perché proprio nei contrasti, con la famiglia, con gli amici, con una certa idea convenzionale di impegno quotidiano, ha messo alla prova la propria decisione di cambiare vita. Maria Pia ripercorrere tutte le sensazioni dei suoi anni difficili, si commuove. Mi commuove. Nel suo racconto c’è il sentimento di una donna coraggiosa e sensibile che per amore verso gli altri ha compiuto gesti e sopportato umiliazioni che se ne avesse operato altre, più comode e meno altruistiche, si sarebbe risparmiata.
«Ho iniziato a fare volontariato nel 1995, dopo il mio primo lavoro a termine in banca». Maria Pia e la sua passione per la banca, il suo trenta e lode in tecnica bancaria e l’esperienza nelle filiali di alcuni Istituti di Credito. Da Sellia Marina a Cirò, da Rose a Cosenza. Racconta di un lavoro in bilico ogni quattro mesi, di come ha imparato tutte le attività amministrative, di archiviazione, di precisione. Un'esperienza che, maturata in un ambiente generalmente freddo e calcolatore come quello bancario, le sarebbe servita nella sua vita vera, al servizio degli ultimi.
«Alla fine di quelle esperienze avvertivo un'inquietudine e decisi di confidarla al mio Padre Spirituale, una bella persona che non frequentavo con assiduità. Sei messa maluccio, mi disse, un po’ di volontariato ti farà bene. Vai da Gianni Romeo. Non lo conoscevo, ma sono andata. E mi sono sentita accolta come mai mi era capitato. Ho iniziato così con l’amministrazione, a mettere a posto un po’ di carte. Abbiamo creato il primo ufficio, con una macchina da scrivere ed un computer storico. Trovavo anche il tempo di studiare. Ho una laurea in Economia e ho preso l’abilitazione alla professione di dottore commercialista, ma, stranamente, non ho trovato nessun professionista disponibile ad offrirmi un lavoro, neppure uno stage gratuito. Eppure la mia famiglia aveva buone relazioni sul territorio. Mio padre, ormai in pensione, è stato un artigiano affermato nel settore della carrozzeria automobilistica, e l’azienda oggi è gestita da mio fratello. Arrivò anche l’offerta del posto fisso, proprio in banca, nella BCC di San Calogero. Questa volta era un posto troppo lontano, si trattava di una scelta davvero definitiva».
La verità è che la vita in banca non era la sua strada. In ogni proposta che le veniva fatta c’era infatti una lacuna, mancava qualcosa. Con la chiarezza dei fatti accaduti oggi è più facile ammetterlo: ogni più piccola e all'apparenza insignificante decisione ha segnato la sua vita, come se ogni scelta fosse stata un piccolo passo di un lungo cammino verso il Banco e l'impegno attuale. Anche quel famoso trenta in tecnica bancaria è stato un anello di congiunzione tra quello che credeva dovesse essere il suo destino e quello che poi, nei fatti, è stato.
Qualche giorno prima, infatti, era entrata in una chiesa, da tempo non lo faceva. Si era confessata dopo anni ed emozionata per i canti gregoriani. Il sacerdote le aveva strappato una promessa: «Se prendi trenta all’esame di tecnica bancaria devi venire ad una Scuola di Comunità». Aveva detto: «Può darsi». «Mai», aveva pensato Maria Pia. Però trenta e lode lo prese, e alla fine andò.
«La prima scuola di comunità è stata bellissima – racconta - perché c’era il Sacerdote e molti ragazzi. Ho ascoltato testimonianze meravigliose. Storie di gente che aveva vissuto vicende impossibili, storie di dissoluzione, di vita sballata. Incontrando il Signore avevano cambiato vita. Avevano trovato serenità, appagamento. Mi sono sentita subito a mio agio. Non capivo molto di ciò che leggevo ma mi affascinava il modo in cui queste persone stavano insieme, mangiavano insieme, si guardavano. Mi impressionava come condividevano il loro tempo. Era diverso da ogni altra esperienza. Anche io avevo dei colleghi con i quali ho fatto tutto il percorso universitario, facevamo gli esami assieme, avevo un gruppo di amici molto affiatato, solido, militante un po’ nella sinistra. Discutevano, ci confidavamo desideri e paure, partecipavamo l'uno della vita dell'alto. Ma era un'altra cosa. I ragazzi della scuola avevano qualcosa di assolutamente diverso, io volevo scoprire che cosa fosse. Ho iniziato a frequentare proprio per questo: per fare la mia scoperta. Cercavo gli altri e ho trovato me!».
Maria Pia ha cominciato così il suo percorso. Confessa le difficoltà: ha dovuto camminare per molto tempo, seguire, leggere prima di riuscire a capire il senso di quella differenza nei comportamenti dei suoi nuovi amici.
La storia di Maria Pia è densa, forte e profonda, segnata da un percorso spirituale che ha inciso e continua ad incidere moltissimo. Nel suo racconto ci sono vite che si intrecciano, si contaminano. Incontri che segnano persone e percorsi, che inducono a rallentare la propria, individuale, corsa e a riflettere sul senso autentico della vita. La sua esperienza è fatta di cooperativa, del volontariato e, insieme, della scoperta di una solida fede. Parte tutto da qui. E’, il suo, un racconto intenso come il suo sguardo luminoso. Capisco che non è possibile comprendere la storia del Banco Alimentare calabrese senza conoscere questi vissuti che hanno costituito la motivazione nei periodi iniziali di sacrificio.
Maria Pia e la sua famiglia benestante che aveva altre aspettative sulla loro unica figlia femmina, “un gioiello”, con la passione per l’amministrazione bancaria. Per lei c'era un guardaroba rinnovato a ogni cambio di stagione, era preservata persino dalla fatica del viaggio sui mezzi pubblici per raggiungere l’Università: «Papà - confessa- mi accompagnava e mi riprendeva alla fine delle lezioni, ogni giorno, instancabilmente.» Una figlia molto amata, Maria Pia, e a suo modo ribelle.
«La mia famiglia all’inizio non riusciva né a comprendere né a condividere le mie scelte. Era molto preoccupata. Guardavano con sospetto la mia perdita di interesse per la banca mentre cresceva il mio impegno nel volontariato. Il tempo non bastava mai. Gianni mi disse: vai a fare un po’ di doposcuola ai ragazzi della cooperativa. Non preoccuparti se non hai i titoli, se non ti senti pronta. L’io si vede in azione. Vai e vediamo. E così mi buttai. Avevo in carico per le lezioni 6 ragazzi dai 14 ai 18 anni, io, di anni, ne avevo solo 24. Iniziai questa esperienza e me ne innamorai letteralmente. Avevano volti bellissimi e di alcuni conservo ancora le foto e tanti ricordi. Lo studio e le attività erano intense ed io non mi risparmiavo. Facevo di tutto nella casa famiglia: le pulizie, se ce ne era bisogno, i turni di sabato, anche quelli che nessuno voleva fare, perché io con loro mi divertivo. Poi ho conosciuto colui che sarebbe diventato mio marito e anche lui ha incominciato a sostenermi e a partecipare. Insieme giocavamo, ci divertivamo. Ma i ragazzi non avevano da mangiare. Che potevo fare? Non mi restava che rubare a casa mia: aprivo gli stipi e facevo una resta». Poi arrivò per Maria Pia anche una proposta di lavoro. La cooperativa La Terra avviò un progetto di integrazione sociale per i ragazzi agli arresti domiciliari, quelli delle periferie degradate di Cosenza. Dopo un percorso formativo, ad un milione al mese, Maria Pia iniziò a fare l’educatrice di strada. Aveva in carico l’ultimo lotto di via Popilia, il più popoloso e polare. Quello che spesso, sui giornali, è chiamato il bazar del rottame: un labirinto di strade e di piazze senza nome, in cui da tempo fanno bella mostra di sé decine di carcasse di autoveicoli, con i relativi pezzi smontati lasciati tranquillamente sul ciglio, sotto ai palazzi. Nemmeno sui marciapiedi perché, in mezzo alla polvere, spesso nemmeno ci sono. La loro assenza è un monito: non è, questo, un posto in cui passeggiare. Restano in terra batterie, tergicristalli, cofani e portiere che nessuno si cura di raccogliere, lasciati alle intemperie e alla mercé di chicchessia. Mezzi di trasporto con un’identità sospetta e con un’incerta destinazione d’uso.
Però Maria Pia qui si ambienta. Per un anno è entrata nelle case, ha incontrato le famiglie con parecchi e diversi problemi, è entrata nella vita delle persone. Viveva il quartiere, frequentava i bar, entrava nelle case di edilizia popolare costruite agli inizi degli anni ’50 e mai più mantenute. Gli stipi vuoti e tre cellulari, tre macchine e l’ufficiale giudiziario sotto. Una situazione paradossale di povertà fisica ma anche morale. «A casa mia questa cosa non l’hanno mai saputa», confida. Le scelte, anche quelle più contestate, incomprensibili, producono i fatti che le giustificano o le smentiscono. La scelta di libertà e gratuità compiuta da Maria Pia in luogo di quella obbligata dal suo percorso di studi e dalle legittime e convenzionali aspettative familiari, ha generato attività sociali di una bellezza inestimabile.
Gli inizi di Maria Pia sono esemplari di uno spirito comune a tante altre persone, un sentimento condiviso grazia al quale è potuto nascere e crescere il Banco Alimentare in Calabria. Fino al 1996 il Banco più vicino era quello di Caserta. Maria Pia ricorda che anche la cooperativa veniva rifornita dal quel centro, distante. «Ogni mese quando arrivava il furgoncino del Banco Alimentare i ragazzini impazzivano di gioia. Quando si avvicinava la fine del mese e finivamo i prodotti, era una disperazione. Gianni mi insegnò a fare la spesa. Mi ha insegnato a scegliere i pomodori, le verdure, le offerte speciali, per pulirli all’ultimo minuto. E i ragazzi mi dicevano: ma tu sempre melanzane e patate fai, anche se le presenti bene, sempre melanzane e patate sono! Prendevo un po’ anche a casa mia. Compravo, invece, in un ingrosso. Qui ogni volta subivo grandi mortificazioni: compravamo con il libretto, perché andavamo a credito. A me, che venivo da una famiglia benestante, e non avevo mai avuto problemi di soldi, questa cosa mi uccideva, mi umiliava per davvero. Ma la necessità di far mangiare i ragazzi era più forte di tutto. Prima di allora non sapevo cosa significasse saltare un pasto, non avere pane o il necessario. Vederlo, si, era una cosa che mi feriva nell’anima».
Maria Pia si fa notare per la dedizione con cui si impegna e così fu proposta dagli amici alla presidenza regionale del Comitato per la costituzione del Banco Alimentare. Ricorda che si oppose. Ricorre continuamente nella storia la sua sensazione di inadeguatezza nelle imprese che è chiamata a svolgere e che, puntualmente poi, si realizzano con il massimo successo. All'inizio la sfida le sembrava persino semplice. All'epoca erano un piccolo gruppo: lei, Gianni Romeo, Domenico, un signore pensionato, Suor Fiorenza delle Suore del Verbo Incarnato, oggi in Canada, e il primo obiettore di coscienza, Gianluca Barca, che oggi è socio volontario nel Consiglio di amministrazione. Ricorda ancora il primo carico: «Gianni e i soci della cooperativa La Terra scaricarono 17mila chili di burro. A mano».
Maria Pia negli anni è diventata indispensabile e ha messo, oltre alle mani e alla testa, anche i suoi studi al servizio del Banco. Ha progettato tutto il sistema di archiviazione e di contabilità e confessa che «tutto si è incastrato perfettamente». I servizi e le mansioni che aveva svolto in banca sono stati utilissimi per impostare ogni singolo lavoro: l’archivio, il controllo meticoloso da compiere a volte con la Guardia di Finanza; la cassa; la tesoreria; la gestione della posta, il protocollo. In banca, come borsista, aveva fatto, e perciò imparato, di tutto. Nella filiale di Luzzi della Banca di Credito Cooperatvo aveva lavorato ad una situazione particolarissima. Dopo un'ispezione della Banca d’Italia avevano dovuto tirare su un ufficio fidi e aveva avuto l’affiancamento di un esperto funzionario di un’altra banca. Aveva imparato a costruire l’impostazione efficiente di «un ufficio dal basso», come lo chiama lei. Oggi il Banco Alimentare sul piano amministrativo-contabile è trattato come un’azienda: pur essendo un’associazione di volontariato c’è una razionale divisione dei compiti tra i volontari. Maria Pia ha mutuato i criteri di organizzazione aziendale applicandoli alla piccola associazione, valorizzando le qualità di ogni volontario che, con impegno, decide di dedicare parte del proprio tempo alle attività del Banco. Ecco a cosa è servito, nella pratica, quel trenta e lode in tecnica bancaria!
Il Banco Alimentare calabrese adesso ha uno dei migliori archivi d’Italia e spesso è usato come esempio. Dal 1996 in avanti il lavoro al Banco Alimentare non ha mai smesso di crescere e quando Maria Pia ha dovuto scegliere ancora una volta tra il lavoro di educatrice di strada, con un compenso di un milione di lire al mese, ed il lavoro gratuito al Banco, non ha esitato a confermare la sua scelta libera. Perché la fatica di una conquista non si scorda con facilità.
Quando la famiglia di Maria Pia comincia a non comprenderla più, mette a dura prova la sua decisione. Nonostante questo, lei sceglie di dividersi tra il volontariato e l’insegnamento a una scuola privata per 100mila lire a settimana. Si prepara le lezioni di notte e insegna economia, diritto e, naturalmente, tecnica bancaria. Comincia a sperimentare in prima persona il bisogno. «E’ stata dura», ammette. Ma la sfida era importante: se il Banco fosse decollato il sostegno sarebbe stato più diffuso, sarebbe arrivato a tutte le cooperative sociali della Calabria, a tutti i ragazzi di strada delle periferie abbandonate della regione, a tutte le famiglie con difficoltà e con problemi di povertà. Ecco il pensiero forte che l’ha sorretta e che ha motivato tutto il gruppo fondatore del Banco. Tutti investono senza limiti il proprio tempo e le proprie speranze. Sono coinvolti tutti ed ognuno con la propria famiglia. E’ un nuovo impegno di famiglie per altre famiglie, quelle povere.
Maria Pia, nel frattempo, si sposa con Michele, ancora studente in ingegneria, con il quale condivide il suo percorso: «il bene comune, la scoperta di una fede forte. Per me è una storia di Provvidenza». Gli inizi, ricorda ora, furono faticosi sotto ogni profilo. Le vengono in mente, e sorride sincera, i due primi benefattori: Gianni Zicarelli, imprenditore delle fonderie industriali di Cosenza, e Antonio Tenuta, fondatore del gruppo industrie alimentari Tenuta (Giat) di Mongrassano, che misero a disposizione i magazzini. Il lavoro, a quel tempo, non era informatizzato, si faceva tutto a mano, anche le bolle di carico e di scarico. Gli enti per la distribuzione ai poveri cominciavano, però, mano a mano ad aumentare, da trenta a sessanta, fino a cento, duecento. Avviene tutto con una rapidità incontrollabile. Arrivano le convenzioni e arriva il lavoro.
«Don Antonio ci ha messo a disposizione altri magazzini, gratis, e così, quando succede, decido di portare al Banco i miei ragazzi, quelli di strada, in una specie di messa alla prova. Sarebbe stata un’opportunità per loro, se avessero superato il test ne sarebbero usciti incensurati. Erano tre in tutto: uno non ce l’ha fatta, ha abbandonato prima; uno è morto di morte bianca strada facendo; uno solo c'è riuscito ed è uscito incensurato. Da minorenne aveva fatto tre rapine a mano armata, adesso sta bene, è sposato e ha una figlia. Ogni tanto mi viene a trovare e mi racconta che nel frattempo è diventato capo in un’azienda di pulizie. Che c'entra, sempre capo è, ma non più un capo mafioso» Anche i ragazzi della casa famiglia fanno esperienza nel Banco. Silvio è uno di quei minori a rischio che non è diventato un adulto tentato dalla criminalità. Questa esperienza gli ha salvato la vita. E’ uno degli operai che lavora al Banco, e dicono che sia uno dei più bravi mulettisti sul mercato. Si è formato negli anni in cui il Banco era ospitato alla Giat. Lì ha imparato a guidare il muletto e adesso ha anche la patente. «Lo hanno formato gli operai di Don Antonio». In questa storia, coscientemente o meno, ognuno ha avuto la sua parte.
Oggi Maria Pia è, con Gianni e Franco, la persona cui i volontari si rivolgono, è l'esperienza del Banco. Conosce tutti quelli che si impegnano sul territorio, uomini e donne accomunati da una profonda convinzione: è possibile cambiare la Calabria. Da anni ognuno fa la sua parte: «Siamo così impegnati, che non abbiamo nemmeno il tempo di far vedere la grandezza e la bellezza di quello che facciamo e che ci passa davanti tutti i giorni. Perché è una cosa grandiosa. Spesso sono richiamata dagli eventi che accadono a riflettere, me lo ricorda Divina, una collaboratrice preziosa per me. Ogni volta che mi arrabbio o mi trovo in difficoltà, nell’amministrazione, con le persone, anche con i colleghi con cui c'è un rapporto di anni di collaborazione, mi succede che bussa direttamente un povero alla porta del Banco. Arriva e entra: signora ho bisogno, devo mangiare. Mi dice così. E io, allora, ci parlo, cerco di capire quale è il suo problema nel concreto. Attivo la rete degli amici imprenditori, cerco di trovare lavoro, chiamo alla parrocchia. In ogni parrocchia ormai ci sono delle persone fondamentali per noi alle quali affidiamo la cura dei bisognosi. Un giorno stavamo facendo le pratiche di servizio civile, e mi hanno fatto arrabbiare. Erano le sette di sera, stavamo in un magazzino freddissimo, con il tetto di lamiera, perché prima eravamo in contrada Coda di Volpe, in mezzo agli uliveti di una campagna isolata, dovevamo chiudere questa faccenda del servizio civile e si rischiava di non far partire il progetto per 17 ragazzi che dovevano essere avviati. Ho gridato: ma chi ce lo fa fare? In quel momento qualcuno bussa alla porta del magazzino. Era una ragazza bella, me la ricordo, i capelli lunghi e neri, raccolti con una pinza colorata, un viso tenerissimo e sofferente: signora chiedo scusa, ho fame. Non è che mi potrebbe dare qualche cosa? Mi dice così, proprio così. E Divina, allora, è pronta a ricordarmi che ogni volta che sono arrabbiata, che sto per mollare arriva un povero. Rifletto sul significato dell’incontro con il povero. Nella mia casa ho un piccolo quadretto che mi è molto caro, l’ho comprato durante un pellegrinaggio a S. Giovanni Rotondo, c’è scritto: ‘Gesù bambino nudo rappresenta i poveri del Mondo. Copriamoli con la nostra carità’. Questo per me è un richiamo fortissimo».
Maria Pia ha tantissime storie da raccontare. Ogni persona che ha incontrato le ha lasciato un messaggio. «Ogni mattina dico pronto buongiorno Banco Alimentare, e sono qui, alle9 e mezza, già affaticata perché a casa devo tirare su tre bambine, accompagnarle a scuola, prendermene cura, preparare il pranzo. E allora eccomi. Una mattina arriva una chiamata, è Francesca, mi dice che aspetta un figlio, da quattro mesi. È una ragazza di Montalto, là, nel suo paese, abbiamo come riferimento la struttura della monaca santa. Le chiedo se vuole andarci e lei, quasi pregandomi, mi dice di si, presto, il prima possibile. Chiamo suor Emma. Francesca può andare. Le monache le hanno fatto il corredino. La sua vita è cambiata così, con uno squillo di telefono la mattina presto. Oppure accade che arrivi una donna, più adulta, malata, con una figlia di undici anni e senza lavoro. Ci sediamo, mi racconta la sua vita, mi guarda e mi parla della sua sofferenza. Diventiamo amiche. Oggi viene ogni mese, partecipa persino alla colletta del Banco Alimentare, mi accompagna a farla, con la primogenita, al supermercato. Da tutte queste storie emerge una verità semplice: le persone hanno bisogno di molto amore. Devono sentire di essere amate con spontaneità: la povertà non potrà mai togliere l'amore. Ecco cosa è importante, i poveri che vengono da noi lo capiscono. È un grande traguardo, posso dirlo, perché l’ho sperimentato nella mia vita».
La scelta della gratuità, infatti, è costosa. Da qualche anno Maria Pia lavora stabilmente al Banco. Ma non è stato sempre così. Senza la copertura finanziaria della sua famiglia d’origine, nella sua nuova vita anche lei ha avuto il frigorifero vuoto! «Mi è servito per capire di più le persone e per non mollare. Poi c’è sempre stata una Provvidenza ultima: nell’ultima mezz’ora è sempre arrivata la somma per una circostanza straordinaria che ha coperto quel debito, che è riuscito a farmi fare la spesa. Da quando sono al Banco Alimentare io non tocco nulla del Banco, a casa mia non porto nulla, noi come volontari e come dipendenti potremmo quando anche noi siamo in difficoltà. Io però ho fatto un patto con il Padre Eterno: guarda, mi hai fatto fare un lavoro che amo, allora io non prendo nulla. Una volta ero in seria difficoltà a casa perché al Banco non avevamo soldi per pagare gli stipendi, c’era lo stipendio di mio marito, però con tre bambine è difficile far quadrare i conti. Non mi lamento, la mia è una scelta d’amore. Non mi sono mai scoraggiata. Un giorno ero in seria difficoltà, e camminavo nel magazzino e dicevo: Padre eterno, mi sa che sto patto che abbiamo fatto lo devo sciogliere. Io le mie figlie le devo pur far mangiare. Mi serve un litro d’olio, come devo fare? Lo devo prendere. Passeggiavo e meditavo. Arriva la telefonata di un sacerdote che mi raccomanda una signora il cui marito stava male, aveva problemi di deglutizione per un tumore. Aveva bisogno di omogeneizzati. Preparo il pacco. La signora arriva e per dimostrarmi la sua riconoscenza tira fuori da una busta un dono: signora mi sono permessa di portarle due litri d’olio. Me li ha dati mia sorella che ha un frantoio. Ancora una volta il Padre Eterno si è presentato. Quell’olio è stato benedetto per me, un segno benedetto».
«Oggi - conclude Maria Pia - io penso che anche loro, i politici che hanno dimostrato sensibilità verso il Banco abbiano risposto ad un bisogno. Al Banco tutti scoprono la bellezza che sta nel fare il bene». Speriamo che scoprano in tanti che qui si guadagna il Paradiso. Anche quello in terra. Una Calabria orgogliosa di amare.
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